Libero contratto in libero stato

E’ apprezzabile inserire in Costituzione il vincolo del pareggio in bilancio. Ed è salutare riformare in senso liberista l’articolo 41 sulla libertà d’impresa, anche se le liberalizzazioni erano possibili pure a Carta invariata. Ma la madre di tutte le benefiche e virtuose liberalizzazioni è quella che consiste nel consentire una maggiore flessibilità in uscita dalle imprese. Sì, proprio uno dei consigli giunti a Palazzo Chigi dalla Banca centrale europea: enfasi ai contratti aziendali con una deroga chiara per rendere meno tortuosi i licenziamenti.
13 AGO 11
Ultimo aggiornamento: 12:31 | 8 AGO 20
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Gli argomenti sono noti: dover “sposare” i propri collaboratori, nell’unico genere di matrimonio in cui il divorzio non è ammesso, scoraggia la crescita dimensionale delle aziende. E’ la rigidità in uscita del nostro mercato del lavoro a incentivare l’utilizzo improprio dei contratti atipici. Il “dualismo” del nostro mercato del lavoro ha origine dall’articolo 18: dalla scelta di ingessare i rapporti di lavoro, pensando che fosse il modo più appropriato per proteggere lavoratori e occupazione. Ma un federalismo contrattuale alla Marchionne può evitare di impantanarsi nella revisione dell’articolo 18 dello Statuto raggiungendo i medesimi risultati.
Come ha notato in più di un’occasione il premio Nobel per l’Economia Edmund Phelps, la crescita economica è strettamente correlata al dinamismo e alla capacità di innovazione. Rendere impossibile alle imprese innovare circa la composizione dei propri collaboratori vuol dire già porre un’ipoteca sul loro sviluppo. La direzione in cui dovrebbe andare la riforma è chiara: rinunciare al sistema della reintegrazione nel posto di lavoro nel caso di giudizio negativo sul giustificato motivo economico-organizzativo del licenziamento. In caso in cui mancasse davvero la “giusta causa”, limitare la sanzione a un risarcimento. Solo in questo modo le decisioni circa il licenziamento ritornano a essere affrontabili secondo la logica economica, possono essere oggetto di una valutazione costi-benefici. L’espressione polemica che viene riesumata anche in questi giorni è: “Libertà di licenziare”. Il suono è urticante e riesce sempre a produrre l’attesa alzata di scudi. Nondimeno, questa pretesa “libertà di licenziare” altro non fa che riportare il “contratto” alla sua natura più autentica: quello di un accordo fra le parti. L’Italia d’altronde, a maggior ragione oggi, per scrollarsi di dosso il suo debito pubblico deve imboccare un sentiero di riforme sviluppiste: consentire alle imprese di ristrutturarsi in modo più razionale e meno costoso; abbassare il costo della crescita dimensionale; spezzare il nodo del dualismo del mercato del lavoro; riportare il contratto di lavoro alla dimensione privata e non regolata dai decisori pubblici.